La storia di Patrizia C.

Mi sono decisa oggi a scrivere questa testimonianza perché proprio in questo periodo, lo scorso anno, mio marito ed io, stavamo attraversando la più dura delle prove: vedere nostro figlio neonato soffrire e sentirci impotenti di fronte alla sua sofferenza. Cesare è nato con un cesareo programmato il 6 settembre, dopo una gravidanza stupenda. Da subito si è dimostrato un “bambinone”, robusto e vorace. Il pomeriggio del 7, ancora in ospedale, inizia a piangere, apparentemente insaziabile di fronte al mio seno ancora troppo vuoto per lui; sicuramente inconsolabile. Siamo andati avanti così per tutto il pomeriggio fino a sera inoltrata, nessuna ostetrica è riuscita a calmarlo, ogni tentativo di farlo calmare attaccandolo al seno sembrava vano. Dopo ore di quel pianto, io stanca e dolorante, do l’ok per dargli la prima aggiunta di latte artificiale. A neanche 48h ore dal parto mi ero già data la prima delle colpe, non riuscire a sfamare completamente mio figlio. Passano i giorni, andiamo avanti tra poppate al seno e latte artificiale, lui sembra finalmente aver preso dei ritmi, ma non so perché io non riesco a stare tranquilla, non lo vedo tranquillo, mi sembra sempre un po’ agitato, soprattutto quando dorme. Mi consigliano di alzargli un po’ il materasso della navicella così da farlo digerire meglio. E così faccio, ascolto ogni consiglio, ogni suggerimento. D’altronde sono al primo figlio, inesperta, mi sento anche un po’ inadatta. Da Roma, dove vivo con la mia famiglia, decido di tornare al mio paese d’origine dove ci sono i miei affetti e soprattutto mia madre; possiamo approfittare delle giornate di un caldo principio di autunno per delle passeggiate al mare, posso godere della compagnia delle mie amiche d’infanzia e far conoscere a tutti il mio bimbo. Purtroppo le cose non sono andate proprio così. Ad appena un mese i pianti e il malessere di Cesare iniziano a farsi sempre più forti, le poppate diventano un calvario, le passeggiate ormai quasi impossibili da fare. Tremo all’idea di dover uscire da sola con lui, di non sapere come gestirlo, del giudizio degli altri. A poco a poco mi chiudo in me stessa, disdico tutte le visite di parenti ed amici, trascorro le giornate prettamente in casa con piccoli tentativi di giretti attorno al palazzo. Mi rivolgo ai pediatri che conosco in zona, mi dicono che Cesare sta bene, che cresce e che forse io ho un po’ di depressione post partum. A dir la verità lo pensano un po’ tutti, parenti ed affini. Un giorno la mia migliore amica, medico e mamma, si offre di tenermi il bambino mentre io trascorro un paio d’ore dal parrucchiere. Quando torno mi dice che secondo lei mio figlio ha un po’ di reflusso. Si susseguono e si alternano giorni e notti di disperazione, di pianti inconsolabili, dissidi familiari. L’unico modo di dormire un po’ era farlo seduti con il bimbo in braccio in verticale. Fino ad una notte di metà ottobre quando, non potendone più di sentire il bambino piangere ininterrottamente da quasi 40 ore, con mio marito ci decidiamo a portarlo in pronto soccorso (tra l’altro di un noto ospedale pediatrico). Oltre 50 km, nel cuore della notte, ore di attesa per sentirmi dire che il bambino non ha nulla, che non rimette, che cresce di peso, e che gli avevano dato una Tachipirina. Nel frattempo io, pensando di essere in parte causa del problema, smetto completamente di allattare. Scoraggiati e sconfortati, rientriamo definitivamente a Roma qualche giorno dopo, decisi più che mai ad andare a fondo al problema e trovare qualcuno che ci ascolti e ci aiuti. Con quel briciolo di raziocinio che ci era rimasto nonostante stanchezza e afflizione, mio marito ed io cerchiamo specialisti e prendiamo appuntamenti, non importa dove e come, a costo di girare da una parte all’altra di Roma. Mio marito arriva a prendersi un mese di congedo dal lavoro; mia madre utilizza tutti i giorni di ferie che le sono rimasti per venire ad aiutarci. Alla fine dopo aver girato la città in lungo e in largo, il primo a riconoscere un problema in nostro figlio e a dirci “Bisogna risolverlo, non potete vivere così”, è stato il Prof. Francesco Costantino, che ha lo studio a qualche centinaio di metri da casa nostra. Non smetteremo mai di ringraziarlo, per l’umanità prima che per la professionalità. Ma è al Dott. Albani che dobbiamo tutto, dalla salute di nostro figlio alla serenità della nostra famiglia. Abbiamo iniziato la sua cura il 21 novembre, Cesare aveva 2 mesi e mezzo. Continuavamo a dormire seduti, ma allungavamo il tempo di riposo tra una poppata e l’altra. Continuavamo ad organizzare e centellinare le uscite, ma almeno abbiamo ripreso un minimo di vita sociale. Siamo riusciti ad trascorrere in famiglia il primo Natale di nostro figlio e la notte tra il 31 dicembre e il 1 gennaio Cesare ha dormito per la prima volta completamente sdraiato nella sua culla. Io lo so che ci sono neonati e bambini con delle patologie gravi davvero, incurabili, genitori le cui braccia sono rimaste vuote, situazioni di non ritorno; ringrazio ogni giorno per la fortuna che ho avuto e che ho nell’essere mamma di un bimbo sano. Non posso negare però di non aver ancora metabolizzato di essermi goduta i primi mesi di mio figlio, di non aver avuto la gioia di vedere e di vivere un neonato sereno, di aver capito che la gente ti sta intorno ma sono pochi quelli che ti comprendono veramente. Il buono di questa storia sono gli insegnamenti che ne ho tratto e il fatto che ci sia un lieto fine.

Patrizia C.
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