La storia di Silvia C.

Mi chiamo Silvia, ho 29 anni, un marito e due bambini, e quando vedo una donna col pancione o con un neonato ho attacchi di panico. No, non sono pazza né cattiva né perversa, sono solo la mamma di due reflussanti. La nostra storia con questo nemico bastardo inizia molto molto presto, prima ancora che la mia Caterina nascesse, perché era ancora in pancia quando ogni giorno la sentivo singhiozzare; tutti mi dicevano che fosse normale, che stava imparando a respirare, e mai avrei creduto potesse rappresentare l’inizio di un incubo. Una volta nata, quasi 3 anni fa, non faceva altro che piangere. E grazie, direte voi, cosa fa un neonato se non mangiare, dormire e piangere? E invece no, perché lei di queste tre cose faceva solo l’ultima, ogni giorno, tutto il giorno, già in ospedale, tant’è che le ostetriche spesso si affacciavano in camera per chiedermi cosa stesse succedendo. Tornati a casa, inutile dire che l’allattamento non parte perché è un continuo urlare, dimenarsi, aggrottare gli occhietti; mia figlia non aveva l’espressione serena e serafica che tutti i poppantini dovrebbero avere, ma perennemente il viso imbronciato, viola, gli occhi gonfi dal pianto, e quando riguardavo le pochissime foto scattate nei rari momenti di quiete mi capitava di pensare che fosse davvero bruttina. Caterina mangiava poco, mangiava male, piangeva prima dopo e durante, le poppate erano infinite, tormentate, dovevo segnare su un block notes gli ml totali di una giornata, ancora ricordo: 70, 90, 30, 110..ma il pediatra mi rassicurava: la bambina cresceva bene, era normale che piangesse, aveva le colichette, o addirittura eravamo io e il papà a farla piangere perché eravamo ansiosi e le trasmettevamo tutto. Io inizio a rasentare l’orlo di un baratro chiamato depressione: mi sentivo incapace, mi vergognavo a portarla in giro perché aveva delle crisi di pianto inconsolabili, non avevo voglia di ricevere visite, di lavarmi, di cucinare, finché ho iniziato a nutrire persino una sorta di repulsione nei suoi confronti, perché non mi andava più neppure di lavare lei, di farle il latte, di cambiarle il pannolino. Tutto inizia a crollare dentro e intorno a me. Mio marito ne parla con le nostre famiglie, e da lì le cose peggiorano, perché nessuno può capire davvero e gli inculcano che io sia depressa perché non so affrontare la maternità, forse sono troppo giovane, mi vedo ingrassata e stronzate simili. Mentre tento di urlare al mondo che non fosse vero, che io stavo male perché c’era qualcosa che non andava in Caterina, mi affido al dottor Google, tanto odiato e recriminato dai medici, ma è proprio grazie a questo dottore virtuale che un pensiero si insinua in me: mia figlia potrebbe soffrire di reflusso gastroesofageo silente. Mi faccio forza, ne parlo al pediatra, che prontamente mi canzona e dice che non è possibile, che mia figlia non vomita e quindi non è un problema di questo tipo (laurea trovata nelle patatine), finché, all’ennesima visita nel suo studio, quando mia figlia aveva un mese, non mi dice sconfortato che quella settimana non era cresciuta, che mi dava un’altra settimana di tempo (testuali parole), dopo di che avremmo fatto un ricovero per accertamenti. La situazione precipita in fretta: Caterina rifiuta di alimentarsi, è letargica, o piange o dorme, io sono uno straccio, trascorro le giornate piangendo e pregando Dio o di farmi uscire da quel tunnel o di farmi morire in un qualsiasi modo. Inevitabilmente, si arriva al ricovero, e lì il primario finalmente mi dà ascolto e capisce che c’è qualcosa che non va; non appena iniziamo l’anamnesi, mi dice: signora, sua figlia ha un reflusso severo, di quelli bastardi, l’esofago è eroso, dobbiamo subito correre ai ripari, sarà un percorso lungo e insidioso, ma se si fida di me ne verremo fuori. Grazie ai farmaci e ad un latte specifico, in meno di una settimana mia figlia sta molto meglio, ma la felicità dura ben poco: il suo reflusso è talmente forte che le medicine prescritte non bastano, inizia a rimettere più volte al giorno, rifiuta spesso il latte, lo svezzamento va male, non è incuriosita da nulla, vivrebbe di aria: col senno di poi capisco che la piccola aveva sviluppato, sempre causa reflusso, una forte disfagia che la portava a deglutire male, a non accettare le consistenze solide, a vedere nella pappa un nemico da allontanare. Ho consultato medici, pediatri, psicoterapeuti, mamme con problemi simili, il mio momento di evasione è stato per due anni e più sgogoolare alla ricerca di testimonianze, di pareri, di idee. Mio papà, uomo di gran fede, mi ripeteva ogni giorno che tutto sarebbe prima o poi rimasto un brutto ricordo, che il divano intriso di vomito l’avremmo ricomprato, che non faceva nulla se aveva rimesso sul vestitino nuovo, o in auto, o per un pianto o un colpo di tosse…tutto sarebbe passato, e così è stato. Senza nemmeno accorgermene, un vomito in meno, un cucchiaino di yogurt in più, piccoli passi alla volta, Caterina ha smesso di vomitare in continuazione, ha iniziato a condurre una vita quasi normale: io e mio marito la guardiamo salire sullo scivolo, correre per strada, fare le capriole, e ci chiediamo quando sia avvenuto questo piccolo grande miracolo. Oggi è una bimba serena e spensierata, ha un compagno di giochi prezioso, il fratellino Giovanni, 23 mesi più piccolo di lei. Anche Giovanni soffre di reflusso, fa le sue cure, ma ero già consapevole che sarebbe accaduto, stavolta ero preparata a tutto, soprattutto a donare alla mia Caterina, la mia “bimba grande”, un compagno per la vita. Lui è stato il punto di svolta, ha portato gioia e una nuova complicità tra tutti noi, anche se, soprattutto nei primi mesi, non sono mancati i periodi bui che il maledetto reflusso “regala”. Questa patologia mi ha segnato, mi ha trafitto, mi ha fatto morire e poi risorgere piano piano, come solo le donne sanno fare; ho iniziato a vivermi mia figlia dopo due anni di vita, ho strappato alcune foto, rimosso dei ricordi e delle persone, ma voglio dirvi che se ne esce, come diceva mio padre, se ne esce: stringiamo i denti, sopportiamo tutto, puliamo il vomito, cantiamo canzoncine per imboccarli, culliamoli, assecondiamoli…perché con i giusti aiuti e col tempo tutto passa, e sempre come dice quel saggio di mio papà “contro la roccia è sempre il fiume che vince, non per la forza ma per la perseveranza”.

Silvia C.
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