La storia di Sara E.

Diego ha vinto. E con lui, tutta la sua famiglia. Potrei raccontarvi la sua battaglia. Ma non sarebbe così diversa da quella di molte altre, direi la maggior parte, che potete e dovete leggere, per sentire, senonaltro, che non siamo soli, ma tanti. Perciò non mi soffermerò sui fatti che hanno portato a comprendere il reflusso gastroesofageo di mio figlio fin dai primi dieci giorni di vita, per averne, incredibile a dirsi nel 2020, diagnosi certa solo dopo mesi, di notti bianche tutt'altro che fisiologiche e sofferenza, semplicemente. Non dirò della frustrazione di non essere creduta, della fatica di ottenere una terapia adeguata. Né dirò delle continue ricadute durante il percorso di cura. O dell'esserne usciti. O piuttosto dell'avere imparato a conviverci. Non dirò di come ogni giorno che passa insieme a un neonato con il reflusso si impari che prevenire a volte coincide con lo scommettere, sdrammatizzare, l'affidarsi a dottori, una volta trovati, che prescrivono farmaci con bugiardini che mettono nero su bianco quanto quei farmaci stessi non debbano somministrarsi sotto i 12 anni. Solo che tuo figlio o tua figlia hanno che so, tre mesi. E tu sei li che ti senti morire. Non dirò del giorno in cui ci siamo accorti che a Diego non servivano più quei medicinali per il reflusso. Nonostante si svegliasse ancora più dei suoi coetanei la notte. Per esempio. Non vi racconterò tutto questo. Perché questo non è il punto. Il punto è farvi sapere che, prima ancora della giusta terapia, al reflusso serve ascolto. Come a qualunque altra patologia del nostro corpo. Neonato o adulto che sia. Non esiste cura che non nasca dall'urgenza di dare dignità al problema specifico che la cura stessa vuole risolvere o alleviare. La salute la affronta la scienza, la medicina. Ma c'è un altro protagonista a fare la differenza: l'empatia umana. A volte prima ancora di una medicina, lasciatemelo dire. Questa associazione è lo spazio di ascolto che vi farà trovare una motivazione in più per lottare. E sì, io lavoro in pubblicità, ma queste non sono parole per vendere. Sono farina del mio stomaco. Sono un grazie, alle persone che si trovano dietro ad Ainer, perché accelerano il processo di guarigione dei nostri figli. Sono l'orgoglio di darne testimonianza. Per quanto mi riguarda. Perciò siate fieri più che restare incagliati nella disperazione, genitori che capitate qui in cerca di ascolto prima ancora che di una terapia per i vostri bambini. Trovare uno spazio che vi offre la dignità che merita questa patologia, se pur non grave e - badate bene, uno dei nodi da sciogliere è proprio questo - è una strada, una luce, per la battaglia, tutta individuale, che ognuno di voi, ogni famiglia, si troverà ad affrontare. Perché il reflusso neonatale è così: una storia diffusa eppure ogni volta unica. Spesso, proprio la natura diffusa toglie dignità al riconoscimento del problema da parte della autorità, della sanità, dei nostri pediatri, i nostri dottori. Eppure la medicina ha lo scopo di renderci sani. Che si affrontino pericoli letali o no. È intollerabile ricevere dignità a condizione di vivere un problema esclusivamente grave. Il reflusso gastroesofageo dei nostri figli non rientra nei mali peggiori. Ma merita attenzione medica come lo fosse. È un fatto inconfutabile. Non smettete mai di credere che i vostri figli debbano essere curati. Perché una cura medica esiste. E perché oggi esiste anche chi ve lo ricorda. Ainer. Grazie Di cuore. Da una mamma di un figlio che ce l'ha fatta.

Sara E.
Chiudi il menu
×
×

Carrello

Su Ainer.it utilizziamo i cookie per assicurarti la migliore esperienza possibile, per fornirti offerte e servizi personalizzati e per compilare statistiche sui visitatori al fine di migliorare la tua navigazione sul sito. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque suo elemento acconsenti all’uso dei cookie, utilizzo in conformità alla nostra Privacy e Cookie Policy. Il consenso può essere revocato in qualsiasi momento