La storia di Sara V.

Enea è nato a Gennaio 2018, è arrivato con quasi tre settimane di anticipo, come una piccola palla di luce. Il primo mese è stata una continua scoperta, un mese di inesperienza, di prime notti passate a guardarlo dormire chiedendoci “Come abbiamo fatto a creare un essere così perfetto?”. Poi qualcosa si è rotto. Ha iniziato a smettere di dormire, a diventare irrequieto, a piangere sempre più, sempre più forte, si contraeva, rigurgitava a distanza di ore e ore, di continuo. All’inizio non ci siamo preoccupati troppo, mi dicevo che avevo in braccio un piccolo essere umano che doveva abituarsi al mondo. Ha iniziato a non volersi più attaccare al seno, ciucciava e poi si tirava indietro come se qualcosa l’avesse colpito, come se sentisse dolore. Il fatto di non riuscire più a nutrirlo ha iniziato a scavare una voragine dentro di me, mi dicevo che non potevo non riuscire a nutrire un neonato di un mese. E’ iniziato il nostro calvario tra i medici, tanti, titolati: “Ah, neogenitori!” questa era l’esclamazione con cui ci hanno sempre accolto, ci hanno sbeffeggiato, mi hanno detto che io ero stanca e depressa e che il bambino rifletteva il mio stato d’animo, sottolineando inoltre quanto il percentile della crescita fosse basso e quindi “sbagliato”. Siamo stati in pronto soccorso per un’apnea notturna causata dal vomito, ci hanno chiesto ridendo di mimare i conati, che volevano capire se effettivamente era stata un’apnea o un lieve rigurgito fisiologico ingigantito dalla nostra apprensione. Siamo tornati a casa affranti e disgustati dal trattamento ricevuto. Io sono stata sottoposta ad una dieta priva di qualunque cosa per evitare che il mio latte lo facesse stare male, aumentando il mio già imponente senso di colpa nei confronti di mio figlio. La soluzione dei medici a cui ci siamo rivolti era semplicemente di smettere di allattare in favore di un latte in formula, nessuno si è mai posto il problema di curare la causa del suo malessere. Io mi sono rifiutata, non capivo come avrei potuto risolvere la situazione senza curarne la causa e ho continuato ad allattare. Siamo andati avanti 10 mesi a pianti, urla, avevamo un bimbo a cui è venuta due volte l’esofagite, a cui usciva la pappa dal naso, che non dormiva mai. Nessuno dei medici da cui siamo andati ci ha prescritto uno straccio di cura, nessuno si è minimante interessato di un neonato che aveva smesso di mangiare e di dormire. La nostra vita era diventata un inferno, parlavamo solo di quanto fosse stato male, contavamo i rigurgiti gioendo se un giorno ne aveva avuti meno del giorno prima, le notti passate in piedi con lui in fascia non ce le dimenticheremo mai. Le persone intorno a noi? Praticamente inesistenti. A parte la famiglia, che ci ha messo un bel po’ a capire che i nostri problemi erano reali e non dettati dall’ansia del primo figlio, tutti gli altri ci guardavano e compativano da lontano pensando alla nostra sfortuna per avere un bambino problematico. Nessuno a parte noi ha mai visto la sofferenza di mio figlio. La cosa che più ci ha sconvolto è stata la derisione, la superficialità dei medici a cui ci siamo rivolti, siamo arrivati ad implorare di avere una cura, un qualcosa che ci consentisse di vivere. La svolta quando approdo casualmente su un gruppo di genitori con neonati affetti da MRGE, mi danno il nome di uno specialista, il Dott. Calvo, primario di gastroenterologia pediatrica di Torino. Ci andiamo, tante speranze, ma già rassegnati all’ennesima ramanzina sull’ansia genitoriale. Lui ci accoglie, ci fa parlare, non ci interrompe mai, ci sorride, ci tratta come persone senzienti e non come due genitori pazzi alle prime armi. Quando ha pronunciato le parole “Purtroppo ve lo confermo, il vostro bambino soffre di reflusso gastroesofageo patologico” io ho pianto, ci siamo sentiti sollevati di aver finalmente trovato qualcosa disposto ad aiutarci. In tre mesi di terapia, Enea è cresciuto di sei centimetri e mezzo, ha preso un chilo, ha iniziato a mangiare sereno, a ridere, addirittura a fare dei riposini nel corso della giornata. Era rinato e noi con lui. Il nostro meraviglioso bambino non piangeva più. Non stava più male. Il sollievo si è presto mischiato ad una fortissima rabbia nei confronti delle persone che trattano il reflusso gastroesofageo neonatale come un lieve fastidio, sminuendo i gravissimi effetti che ha sulla vita dei bimbi e delle loro famiglie. Non accetterò mai di sentirmi dire che il reflusso “passerà”, mi batterò fino alla morte per evitare che altre famiglie soffrano e siano trattate come siamo stati trattati noi.

Sara V.
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